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Perché vogliamo coinvolgere i giovani?

  • Immagine del redattore: Michela Latino
    Michela Latino
  • 6 nov 2025
  • Tempo di lettura: 2 min
Workshop di coprogettazione per un Patto di collaborazione "La Collina dei Giusti" - Cavenago di Brianza (percorso realizzato con Labsus Laboratorio per la sussidiarietà)
Workshop di coprogettazione per un Patto di collaborazione "La Collina dei Giusti" - Cavenago di Brianza (percorso realizzato con Labsus Laboratorio per la sussidiarietà)

Spesso ci chiediamo come coinvolgere i giovani: quali strumenti usare, quali format funzionano meglio. Ma forse la domanda più urgente è un’altra: “Perché vogliamo coinvolgerli?”

Coinvolgere non è un obbligo, né una prova di inclusività da esibire. Se manca un’intenzione autentica, la partecipazione rischia di diventare un rito vuoto.

Le domande si moltiplicano:

siamo davvero pronti ad ascoltare la loro visione del mondo?

Siamo disposti a mettere in discussione i nostri metodi e le nostre certezze?

Ci interessa il loro punto di vista o soltanto il loro consenso?

La vera sfida non è “attivarli”, ma lasciarsi interrogare da loro. Riconoscere che già partecipano, magari in forme e spazi che noi adulti non comprendiamo appieno, e che la loro presenza può cambiare i nostri modi di pensare, di agire, di costruire comunità.


La partecipazione come atto reciproco

Immaginiamo, per un attimo, che siano i giovani a voler coinvolgere noi adulti in un progetto. Come vorremmo che ci parlassero? Cosa ci farebbe sentire accolti? Cosa, invece, ci metterebbe a disagio?

In queste domande si nasconde un ribaltamento necessario: la partecipazione non è un gesto concesso “dall’alto”, ma un atto reciproco. È un percorso di apprendimento condiviso, in cui, come ci ricorda Paulo Freire, Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo: ci si educa a vicenda, mediati dal mondo.”

La pedagogia di Freire ci invita a superare la logica trasmissiva e a entrare in una relazione educativa dialogica, dove ogni soggetto porta un sapere e un’esperienza di vita. In questa prospettiva, la partecipazione giovanile non è solo uno strumento di inclusione, ma un processo trasformativo per tutta la comunità.

Similmente, John Dewey ci ricorda che la democrazia si apprende solo praticandola: coinvolgere i giovani significa renderli co-costruttori dell’esperienza civica, non destinatari passivi di progetti pensati altrove.

Solo così, davvero, la collaborazione civica può diventare un terreno fertile per una nuova idea di comunità: aperta, plurale, e capace di rigenerarsi attraverso il dialogo tra generazioni.



Articolo ispirato all’intervento di Michela Latino, pedagogista e community manager durante il Forum della partecipazione della Città di Milano- 16 maggio 2025. 


 
 
 

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